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Emigrazione: il sito.
Il Comune di Celle mette a disposizione questa sezione per gli emigrati che vogliano, attraverso la loro esperienza personale, la loro testimonianza, aiutarci a comporre un quadro sempre più preciso di questo fenomeno.
Per chi volesse mettersi in contatto:
emigrati@comune.celledimacra.cn.it
Aspettiamo i vostri riscontri
Emigrazione: il fenomeno.
Tra la fine degli anni ´50 e l'inizio degli anni ‘70 anche il Comune di Celle di Macra, così come gli altri comuni della Valle, ha subito uno spopolamento massiccio.
Da sempre, a causa della povertà di risorse, durante la stagione invernale, gli uomini migravano verso l'Italia e la Francia alla ricerca di altre fonti di sostentamento.
Il fenomeno della migrazione si è acuito con l'evolversi della tecnologia che ha consentito agli acciugai, ad esempio, di potersi spostare in città con maggiore facilità e man mano di stabilirvisi definitivamente.
Inoltre la ricerca di personale da parte di grandi industrie come FIAT e Michelin ha ulteriormente contribuito all'emigrazione dalla valle alla città.
Emigrazione: la storia.
Fenomeno dell´emigrazione dalla Valle Maira.
Il territorio povero non consente una vita agiata ai suoi abitanti che, come spesso accade nelle comunità montane, sono costretti a ricercare altre fonti di sostentamento attraverso fenomeni di migrazione: “come in fisica, così in sociologia, le esosmosi e le endosmosi demografiche sono determinate da differenti stati di densità; come in elettrodinamica è la differenza di potenziale a determinare la direzione e l´intensità della corrente, così a determinare le correnti umane è il dislivello fra due diversi tenori di vita”.
Un simile fenomeno sociale è stato correttamente definito migrazione stagionale ed ha caratterizzato la vita della Valle Maira sicuramente fino al primo conflitto mondiale.
Nel corso dell’anno solare, con il succedersi delle stagioni si assisteva oltre che al perpetuarsi dei riti legati all’agricoltura e all’allevamento (la semina, la raccolta, la trebbiatura, ecc.) a un altro “fenomeno naturale” rappresentato dalla partenza, in autunno, degli uomini che faranno ritorno solo in primavera.
Mete: naturalmente l´Italia, ma in misura consistente anche la confinante Francia.
Nessuno dei vecchi abitanti della Valle ha mai preso in considerazione la possibilità di abbandonare la propria terra, è dimostrato dal fatto che donne, bambini e anziani rimanevano a casa, occupati ad accudire gli animali nelle stalle.
La vita nelle borgate montane aveva un ritmo estremamente ridotto durante il periodo invernale, a causa delle abbondanti nevicate che rendevano la valle quasi isolata.
Chi ne aveva la possibilità, cercava una forma di sostentamento altrove, per evitare di gravare sulle scarse scorte alimentari della famiglia. Anche le donne si attivavano per contribuire al mantenimento famigliare impiegandosi iln lavori stagionali come braccianti o in qualità di domestiche familiari.
I mestieri intrapresi.
Gli abitanti della vallata si dedicavano alle attività più disparati. Lavori umili che la "gente di pianura" si rifiutava di fare e mestieri che richiedevano abilità e competenze specifiche, ad esempio: l´impagliatore di sedie, il bottaio, il bastaio, il cardatore, il calzolaio. Chi praticava queste professioni era apprezzato dai clienti per le proprie competenze distintive, riconosciuto come maestro nel proprio mestiere.
Rispettati e attesi nelle cascine e nei paesi della pianura, questi artigiani erano in grado di soddisfare esigenze specifiche legate alle attività produttive e alla vita del tempo.
Ma gli abitanti della valle Maira si dedicavano principalmente a due attività commerciali originali, anche se tra loro molto diverse, dando origine a generazioni di persone riconosciute, a seconda dei casi, come caviè e anciüè.
I Caviè.
I Caviè, i capellai di Elva, si dedicavano al commercio dei capelli, dalla raccolta alla vendita ai grossisti.
Era una lunga “campagna“ che dall´autunno durava fino al 12 maggio, data del rientro a Elva per la festa del patrono S. Pancrazio. Battevano tutta l´Italia settentrionale, dal Piemonte (il cui capello era assai ricercato) al Veneto, al Friuli (grandi fornitori), e scendevano fino alle Marche (non oltre, più a sud il capello era spesso e rigido) oppure andavano oltralpe (caviè furono segnalati persino in Scandinavia).
Il raccoglitore batteva paesi e campagne, vestiva bene, doveva convincere con garbo le donne a privarsi della capigliatura. Era favorito dalla generale povertà. Proponeva, più che il denaro, lo scambio con una pezza di stoffa o un grembiule o un fazzolettone o dei nastri, beni ambiti soprattutto dalle madri che per loro cedevano i capelli delle figlie.
Il materiale raccolto – dalle pregiate trecce ai “cavei del pentu”, vale a dire il cascame che restava nei pettini e nelle spazzole – era portato a Elva. Qui le donne provvedevano al lavaggio e alla composizione di mazzette omogenee per colore lunghezza e spessore. Il tutto veniva poi venduto ai grossisti ai quali spettava il compito di rifornire i fabbricanti di parrucche, non solo delle città vicine, ma anche e soprattutto delle metropoli del mondo: da Parigi a NewYork, da Londra a Berlino.
Incerte le origini del mestiere già praticato negli anni 1828–30 (un “negoziante in cascame” figura in quegli anni fra i consiglieri comunali). Secondo una tradizione, l´idea sarebbe stata portata a Elva da un qualche elvese, soldato napoleonico a Venezia patria di parrucche rientrato a casa dopo la pace di Campoformio (1797). Secondo un´altra leggenda, l´invenzione spetterebbe a un elvese, cameriere in un albergo a Parigi. Lì avrebbe conosciuto un americano venuto in Europa per acquistare i capelli necessari ai fabbricanti di parrucche di NewYork. L´intraprendente elvese avrebbe venduto i capelli della sorella, e poi delle amiche di questa e così via. Era nato il primo caviè, raccoglitore e commerciante.
La storia porta però anche qualche esempio di chi divenne anche produttore di parrucche. Un nome su tutti: Jean P. Isaia (1884-1973). Le sue tappe: Villafalletto, Parigi e, definitivamente, Londra.
L´anciüè.
Il commercio in cui maggiormente si sono impegnati e distinti gli abitanti della Valle Maira è stato la vendita ambulante del pesce salato, in particolare delle acciughe.
È evidente la stranezza di questo tipo di attività. Solitamente le attività commerciali nascono dalla presenza, all’interno di una comunità, di un surplus di produzione che diviene oggetto di scambio con altri beni non disponibili sul luogo. Non avrebbe sicuramente incuriosito la nascita in queste valli di generazioni di caldarrostai, vista la presenza di numerosi castagneti e tenuto conto che la castagna era, con la patata, la base dell’alimentazione della popolazione. Invece l´oggetto dell’attività principale a cui si dedicarono queste persone di montagna, fu il pesce di mare. Stiamo parlando di un prodotto completamente avulso dalla realtà quotidiana del luogo e sicuramente di una risorsa non disponibile in quantità eccedente. È un´attività commerciale fine a se stessa, le cui origini si perdono nella notte dei tempi come pure la propensione al commercio degli abitanti di queste zone.
Acciugai: Le origini.
L´acciuga sotto sale era consumata nelle Langhe già nel medioevo, ma si pensa che tale cibo fosse già presente sulle tavole dei romani.
Le origini di una simile abitudine alimentare sono state fatte risalire da alcuni autori alle invasioni dei saraceni che, dopo essersi insediati nel Nizzardo e in Provenza, raggiunsero anche l´Italia, arrivando sia in Liguria che in Piemonte accompagnati da distruzione e morte. Le invasioni durarono più di mezzo secolo prima che i signori locali si organizzassero per sconfiggerli. La leggenda narra che alcuni Saraceni si rifugiarono in una conca in mezzo al verde della Valle Maira, più precisamente nel paese di Moschieres, e che lì si insediarono definitivamente. Visto che i primi acciugai, a memoria d´uomo, partirono proprio da Moschieres, la leggenda vuole che la nostalgia del mare fosse la causa che li spinse sulle coste della Liguria e della Francia per intraprendere questo commercio. Secondo altre testimonianze le origini del commercio di acciughe potrebbero essere ricondotte ai viaggi dei pellegrini. Una delle mete preferite nei pellegrinaggi dagli abitanti di questa zona e Era infatti il santuario di San Giacomo di Compostela, in Spagna. Pare che qualche pellegrino più intraprendente abbia pensato di rendere proficuo il cammino del rientro vendendo questi pesci acquistati in Spagna lungo la via del ritorno e che, verificato il successo dell’iniziativa, abbia poi deciso di farne una attività continuativa.
Altre situazioni possono essere individuate quali occasioni per lo sviluppo del commercio delle acciughe. Una di queste è sicuramente rappresentata dal contrabbando di sale. Il sale era un prodotto pregiato e indispensabile, sia per le persone ma soprattutto per le bestie, e come tale sottoposto a dazi estremamente elevati. Un barile riempito per tre quarti di sale e per un ultimo quarto di pesce consentiva un notevole risparmio di imposte. Ma una volta giunti a destinazione le acciughe non potevano essere buttate via e quindi occorreva attrezzarsi per commercializzarle. Questa ipotesi è validata dagli itinerari utilizzati dai commercianti di sale che acquistavano il loro prodotto presso le saline di Salon en Provence, de l´Etang de Berre alle foci del Rodano in Francia.
Altra possibile occasione di avvio di relazioni commerciali era il baratto tra i prodotti tipici della montagna, capelli e tele, o servizi come la costruzione di botti, in cui i valligiani erano maestri, con i prodotti ittici tipici delle popolazioni confinanti: i liguri e i francesi.
Alcune testimonianze orali ricordano “Qui nei nostri valloni le donne, durante l´inverno, filavano la canapa. Alcuni artigiani locali, per mezzo di telai rudimentali, convertivano questo filato in grandi pezze di tela grezza. Gli uomini di Moschieres caricavano questa tela su dei carrettini da trascinare a braccia e, a piedi, si recavano a venderla nei paesini della costiera ligure. Gli acquirenti erano per lo più le umili famiglie di pescatori con cui barattavano dei barattoli d´acciughe preparati in casa. In questo modo la tela era stata convertita nel pesciolino sotto sale e allora per i nostri bravi uomini, sulla via del ritorno, si trattava di convertire il prodotto in soldi correnti.”
Quest’ultima è sicuramente la causa più plausibile a cui se ne aggiunge un'altra, fondata anch’essa sul baratto e documentata dalle statistiche. Nei porti dell’allora Regno di Sardegna (il fenomeno si verifica a partire dalla metà del ´700) giungevano molte navi inglesi che venivano a caricare la seta di cui il Piemonte, in particolare il Cuneese, era grande e qualificato produttore. L´Inghilterra infatti desiderava non dipendere per i suoi approvvigionamenti di seta esclusivamente dalla Francia. Il pagamento della merce avveniva in denaro, ma anche, in misura significativa, barattandola con altra merce: il pesce dei mari settentrionali.
Le statistiche del Regno di Sardegna registrano 40-50.000 barili scaricati annualmente sulle banchine, molti pieni di acciughe: una pacchia per gli ingeniosi montanari della Val Maira in trasferta al mare, uno stimolo alla loro capacità di impresa.
E´ probabile che tutte le situazioni sopra esposte rappresentino l´insieme delle concause che, in momenti e condizioni storiche e sociali differenti, hanno fatto del commercio di pesci salati l´attività che più ha condizionato nel tempo la storia di una popolazione.
Per molti valligiani questo lavoro ha rappresentato il punto di partenza di un percorso che ha coinvolto più generazioni e che, per decenni o addirittura per secoli, ha svolto una funzione di freno all´esodo definitivo dalla montagna, offrendo diverse e valide alternative o complementarietà. Di padre in figlio, attraverso gli anni, fino a quando lo scenario economico sociale si è modificato radicalmente, seguendo e adattandosi allo sviluppo del sistema distributivo italiano, gli acciugai sono passati da forme di commercio ambulante, itinerante e temporaneo, a forme di commercio stabile anche ben integrate con le logiche distintive della grande distribuzione.
Non si tratta di commercio in generale, ma della distribuzione di un prodotto particolare e atipico se si rammenta che si sta disquisendo di popolazioni montane.
Il pesce conservato sotto sale ha rappresentato per secoli il cibo dei poveri e l´acciuga o la saracca furono d´inverno il companatico principale se non l´unico delle popolazioni povere.
Il prodotto veniva distribuito da una molteplicità di venditori ambulanti che giravano di cascina in cascina, chiamati comunemente acciugai.
Un alimento povero, per una popolazione povera, distribuito da povera gente e pertanto non riportata negli annali e quindi con una storia difficile da ricostruire.
Qualunque sia stato il motivo che ha spinto i primi venditori ambulanti ad affrontare questo particolare commercio, è certo che, visto il prosperare dei loro affari, assunsero i ragazzini delle borgate vicine in qualità di garzoni. Di qui un aumento della concorrenza e l´esigenza di andare alla ricerca di nuovi mercati, dapprima attraverso tutto il Piemonte, poi estendendo l´attività anche in Lombardia.
Particolarmente abili, capaci e smaliziati si rivelarono i garzoni provenienti da Celle Macra che in breve tempo assunsero posizione dominante nel singolare commercio.
Città come Torino, Alessandria, Asti, Milano, Cremona, Pavia e Bologna vennero ricolmate d´acciughe, tutti i borghi e tutti i cascinali sparsi nell´immensa pianura Padana furono raggiunti e visitati da questi venditori erranti.
Dall´emigrazione stagionale all´esodo.
Negli anni cinquanta del secolo scorso il fenomeno dell’emigrazione dalla Valle ha subito una profonda trasformazione, passando da emigrazione stagionale a permanente. Il rapido sviluppo economico del paese ha coinvolto soprattutto gli acciugai che hanno saputo seguire l´evolversi della tecnologia e dei mezzi di trasporto, passando dal tradizionale “carus” a mezzi motorizzati, motocarri, auto familiari, furgoni. Inoltre l´organizzazione sociale delle città ha regolamentato anche questo tipo di commercio in aree ben definite quali i mercati sia all’aperto che al chiuso (a Milano sono chiamati Mercati rionali).
L´emigrante si è progresivamente e definitivamente stabilito nel luogo di emigrazione costruendosi una famiglia e abbandonando definitivamente il paese d´origine e facendovi ritorno solo per le ricorrenze, una due volte all´anno.
Già agli inizi degli anni sessanta a Celle Macra la maggior parte delle borgate era totalmente spopolata. Infatti si stava sommando un altro fenomeno, ben noto: quello della ricerca spasmodica di personale da parte delle Grandi industrie: Fiat a Torino, Michelin a Cuneo.
È così che all’inizio degli anni settanta l´emigrazione aveva raggiunto il 98% della popolazione.
Un popolo in estinzione ed una sfida per il futuro.
Con l´abbandono permanente del paese le famiglie si sono installate nei nuovi luoghi ed i figli e nipoti si sono integrati molto bene nel nuovo tessuto sociale. Con l´invecchiamento della generazione che era stata la protagonista della decisione dell’abbandono del paese. non sempre a cuor leggero, si è assistito spesso all’abbandono definitivo del mestiere. Infatti nella stragrande maggioranza dei casi le generazioni successive hanno intrapreso professioni diverse.
Odiernamente gli acciugai della valle Maira sono rimasti qualche decina in confronto alle molte centinaia del primo dopoguerra.
È necessario ricordare che l´attaccamento alla terra di origine della prima generazione è stato forte: essa stessa lo ha dimostrato col far spesso ristrutturare la propria casa in modo da poterci passare le vacanze godendo di servizi analoghi a quelli della città.
Dalla fine degli anni settanta si è manifestato un interessante, sia pur limitatissimo, movimento di ritorno di alcuni giovani in Valle. Si è così costituito un minimo nucleo sociale che oggi è protagonista di iniziative, progetti e proposte che lasciano intravedere un´evoluzione positiva della situazione.
Tra queste, la costituzione dell’Ecomuseo dell’alta Valle Maira voluta dal Comune di Celle di Macra è sicuramente tra le iniziative più significative e, se intelligentemente sviluppata, potrebbe portare a una favorevole evoluzione, sia per la Valle che, in particolare, per Celle di Macra.
Il Comune di Celle mette a disposizione questa sezione per gli emigrati che vogliano, attraverso la loro esperienza personale, la loro testimonianza, aiutarci a comporre un quadro sempre più preciso di questo fenomeno.
Per chi volesse mettersi in contatto:
emigrati@comune.celledimacra.cn.it
Aspettiamo i vostri riscontri
Emigrazione: il fenomeno.
Tra la fine degli anni ´50 e l'inizio degli anni ‘70 anche il Comune di Celle di Macra, così come gli altri comuni della Valle, ha subito uno spopolamento massiccio.
Da sempre, a causa della povertà di risorse, durante la stagione invernale, gli uomini migravano verso l'Italia e la Francia alla ricerca di altre fonti di sostentamento.
Il fenomeno della migrazione si è acuito con l'evolversi della tecnologia che ha consentito agli acciugai, ad esempio, di potersi spostare in città con maggiore facilità e man mano di stabilirvisi definitivamente.
Inoltre la ricerca di personale da parte di grandi industrie come FIAT e Michelin ha ulteriormente contribuito all'emigrazione dalla valle alla città.
Emigrazione: la storia.
Fenomeno dell´emigrazione dalla Valle Maira.
Il territorio povero non consente una vita agiata ai suoi abitanti che, come spesso accade nelle comunità montane, sono costretti a ricercare altre fonti di sostentamento attraverso fenomeni di migrazione: “come in fisica, così in sociologia, le esosmosi e le endosmosi demografiche sono determinate da differenti stati di densità; come in elettrodinamica è la differenza di potenziale a determinare la direzione e l´intensità della corrente, così a determinare le correnti umane è il dislivello fra due diversi tenori di vita”.
Un simile fenomeno sociale è stato correttamente definito migrazione stagionale ed ha caratterizzato la vita della Valle Maira sicuramente fino al primo conflitto mondiale.
Nel corso dell’anno solare, con il succedersi delle stagioni si assisteva oltre che al perpetuarsi dei riti legati all’agricoltura e all’allevamento (la semina, la raccolta, la trebbiatura, ecc.) a un altro “fenomeno naturale” rappresentato dalla partenza, in autunno, degli uomini che faranno ritorno solo in primavera.
Mete: naturalmente l´Italia, ma in misura consistente anche la confinante Francia.
Nessuno dei vecchi abitanti della Valle ha mai preso in considerazione la possibilità di abbandonare la propria terra, è dimostrato dal fatto che donne, bambini e anziani rimanevano a casa, occupati ad accudire gli animali nelle stalle.
La vita nelle borgate montane aveva un ritmo estremamente ridotto durante il periodo invernale, a causa delle abbondanti nevicate che rendevano la valle quasi isolata.
Chi ne aveva la possibilità, cercava una forma di sostentamento altrove, per evitare di gravare sulle scarse scorte alimentari della famiglia. Anche le donne si attivavano per contribuire al mantenimento famigliare impiegandosi iln lavori stagionali come braccianti o in qualità di domestiche familiari.
I mestieri intrapresi.
Gli abitanti della vallata si dedicavano alle attività più disparati. Lavori umili che la "gente di pianura" si rifiutava di fare e mestieri che richiedevano abilità e competenze specifiche, ad esempio: l´impagliatore di sedie, il bottaio, il bastaio, il cardatore, il calzolaio. Chi praticava queste professioni era apprezzato dai clienti per le proprie competenze distintive, riconosciuto come maestro nel proprio mestiere.
Rispettati e attesi nelle cascine e nei paesi della pianura, questi artigiani erano in grado di soddisfare esigenze specifiche legate alle attività produttive e alla vita del tempo.
Ma gli abitanti della valle Maira si dedicavano principalmente a due attività commerciali originali, anche se tra loro molto diverse, dando origine a generazioni di persone riconosciute, a seconda dei casi, come caviè e anciüè.
I Caviè.
I Caviè, i capellai di Elva, si dedicavano al commercio dei capelli, dalla raccolta alla vendita ai grossisti.
Era una lunga “campagna“ che dall´autunno durava fino al 12 maggio, data del rientro a Elva per la festa del patrono S. Pancrazio. Battevano tutta l´Italia settentrionale, dal Piemonte (il cui capello era assai ricercato) al Veneto, al Friuli (grandi fornitori), e scendevano fino alle Marche (non oltre, più a sud il capello era spesso e rigido) oppure andavano oltralpe (caviè furono segnalati persino in Scandinavia).
Il raccoglitore batteva paesi e campagne, vestiva bene, doveva convincere con garbo le donne a privarsi della capigliatura. Era favorito dalla generale povertà. Proponeva, più che il denaro, lo scambio con una pezza di stoffa o un grembiule o un fazzolettone o dei nastri, beni ambiti soprattutto dalle madri che per loro cedevano i capelli delle figlie.
Il materiale raccolto – dalle pregiate trecce ai “cavei del pentu”, vale a dire il cascame che restava nei pettini e nelle spazzole – era portato a Elva. Qui le donne provvedevano al lavaggio e alla composizione di mazzette omogenee per colore lunghezza e spessore. Il tutto veniva poi venduto ai grossisti ai quali spettava il compito di rifornire i fabbricanti di parrucche, non solo delle città vicine, ma anche e soprattutto delle metropoli del mondo: da Parigi a NewYork, da Londra a Berlino.
Incerte le origini del mestiere già praticato negli anni 1828–30 (un “negoziante in cascame” figura in quegli anni fra i consiglieri comunali). Secondo una tradizione, l´idea sarebbe stata portata a Elva da un qualche elvese, soldato napoleonico a Venezia patria di parrucche rientrato a casa dopo la pace di Campoformio (1797). Secondo un´altra leggenda, l´invenzione spetterebbe a un elvese, cameriere in un albergo a Parigi. Lì avrebbe conosciuto un americano venuto in Europa per acquistare i capelli necessari ai fabbricanti di parrucche di NewYork. L´intraprendente elvese avrebbe venduto i capelli della sorella, e poi delle amiche di questa e così via. Era nato il primo caviè, raccoglitore e commerciante.
La storia porta però anche qualche esempio di chi divenne anche produttore di parrucche. Un nome su tutti: Jean P. Isaia (1884-1973). Le sue tappe: Villafalletto, Parigi e, definitivamente, Londra.
L´anciüè.
Il commercio in cui maggiormente si sono impegnati e distinti gli abitanti della Valle Maira è stato la vendita ambulante del pesce salato, in particolare delle acciughe.
È evidente la stranezza di questo tipo di attività. Solitamente le attività commerciali nascono dalla presenza, all’interno di una comunità, di un surplus di produzione che diviene oggetto di scambio con altri beni non disponibili sul luogo. Non avrebbe sicuramente incuriosito la nascita in queste valli di generazioni di caldarrostai, vista la presenza di numerosi castagneti e tenuto conto che la castagna era, con la patata, la base dell’alimentazione della popolazione. Invece l´oggetto dell’attività principale a cui si dedicarono queste persone di montagna, fu il pesce di mare. Stiamo parlando di un prodotto completamente avulso dalla realtà quotidiana del luogo e sicuramente di una risorsa non disponibile in quantità eccedente. È un´attività commerciale fine a se stessa, le cui origini si perdono nella notte dei tempi come pure la propensione al commercio degli abitanti di queste zone.
Acciugai: Le origini.
L´acciuga sotto sale era consumata nelle Langhe già nel medioevo, ma si pensa che tale cibo fosse già presente sulle tavole dei romani.
Le origini di una simile abitudine alimentare sono state fatte risalire da alcuni autori alle invasioni dei saraceni che, dopo essersi insediati nel Nizzardo e in Provenza, raggiunsero anche l´Italia, arrivando sia in Liguria che in Piemonte accompagnati da distruzione e morte. Le invasioni durarono più di mezzo secolo prima che i signori locali si organizzassero per sconfiggerli. La leggenda narra che alcuni Saraceni si rifugiarono in una conca in mezzo al verde della Valle Maira, più precisamente nel paese di Moschieres, e che lì si insediarono definitivamente. Visto che i primi acciugai, a memoria d´uomo, partirono proprio da Moschieres, la leggenda vuole che la nostalgia del mare fosse la causa che li spinse sulle coste della Liguria e della Francia per intraprendere questo commercio. Secondo altre testimonianze le origini del commercio di acciughe potrebbero essere ricondotte ai viaggi dei pellegrini. Una delle mete preferite nei pellegrinaggi dagli abitanti di questa zona e Era infatti il santuario di San Giacomo di Compostela, in Spagna. Pare che qualche pellegrino più intraprendente abbia pensato di rendere proficuo il cammino del rientro vendendo questi pesci acquistati in Spagna lungo la via del ritorno e che, verificato il successo dell’iniziativa, abbia poi deciso di farne una attività continuativa.
Altre situazioni possono essere individuate quali occasioni per lo sviluppo del commercio delle acciughe. Una di queste è sicuramente rappresentata dal contrabbando di sale. Il sale era un prodotto pregiato e indispensabile, sia per le persone ma soprattutto per le bestie, e come tale sottoposto a dazi estremamente elevati. Un barile riempito per tre quarti di sale e per un ultimo quarto di pesce consentiva un notevole risparmio di imposte. Ma una volta giunti a destinazione le acciughe non potevano essere buttate via e quindi occorreva attrezzarsi per commercializzarle. Questa ipotesi è validata dagli itinerari utilizzati dai commercianti di sale che acquistavano il loro prodotto presso le saline di Salon en Provence, de l´Etang de Berre alle foci del Rodano in Francia.
Altra possibile occasione di avvio di relazioni commerciali era il baratto tra i prodotti tipici della montagna, capelli e tele, o servizi come la costruzione di botti, in cui i valligiani erano maestri, con i prodotti ittici tipici delle popolazioni confinanti: i liguri e i francesi.
Alcune testimonianze orali ricordano “Qui nei nostri valloni le donne, durante l´inverno, filavano la canapa. Alcuni artigiani locali, per mezzo di telai rudimentali, convertivano questo filato in grandi pezze di tela grezza. Gli uomini di Moschieres caricavano questa tela su dei carrettini da trascinare a braccia e, a piedi, si recavano a venderla nei paesini della costiera ligure. Gli acquirenti erano per lo più le umili famiglie di pescatori con cui barattavano dei barattoli d´acciughe preparati in casa. In questo modo la tela era stata convertita nel pesciolino sotto sale e allora per i nostri bravi uomini, sulla via del ritorno, si trattava di convertire il prodotto in soldi correnti.”
Quest’ultima è sicuramente la causa più plausibile a cui se ne aggiunge un'altra, fondata anch’essa sul baratto e documentata dalle statistiche. Nei porti dell’allora Regno di Sardegna (il fenomeno si verifica a partire dalla metà del ´700) giungevano molte navi inglesi che venivano a caricare la seta di cui il Piemonte, in particolare il Cuneese, era grande e qualificato produttore. L´Inghilterra infatti desiderava non dipendere per i suoi approvvigionamenti di seta esclusivamente dalla Francia. Il pagamento della merce avveniva in denaro, ma anche, in misura significativa, barattandola con altra merce: il pesce dei mari settentrionali.
Le statistiche del Regno di Sardegna registrano 40-50.000 barili scaricati annualmente sulle banchine, molti pieni di acciughe: una pacchia per gli ingeniosi montanari della Val Maira in trasferta al mare, uno stimolo alla loro capacità di impresa.
E´ probabile che tutte le situazioni sopra esposte rappresentino l´insieme delle concause che, in momenti e condizioni storiche e sociali differenti, hanno fatto del commercio di pesci salati l´attività che più ha condizionato nel tempo la storia di una popolazione.
Per molti valligiani questo lavoro ha rappresentato il punto di partenza di un percorso che ha coinvolto più generazioni e che, per decenni o addirittura per secoli, ha svolto una funzione di freno all´esodo definitivo dalla montagna, offrendo diverse e valide alternative o complementarietà. Di padre in figlio, attraverso gli anni, fino a quando lo scenario economico sociale si è modificato radicalmente, seguendo e adattandosi allo sviluppo del sistema distributivo italiano, gli acciugai sono passati da forme di commercio ambulante, itinerante e temporaneo, a forme di commercio stabile anche ben integrate con le logiche distintive della grande distribuzione.
Non si tratta di commercio in generale, ma della distribuzione di un prodotto particolare e atipico se si rammenta che si sta disquisendo di popolazioni montane.
Il pesce conservato sotto sale ha rappresentato per secoli il cibo dei poveri e l´acciuga o la saracca furono d´inverno il companatico principale se non l´unico delle popolazioni povere.
Il prodotto veniva distribuito da una molteplicità di venditori ambulanti che giravano di cascina in cascina, chiamati comunemente acciugai.
Un alimento povero, per una popolazione povera, distribuito da povera gente e pertanto non riportata negli annali e quindi con una storia difficile da ricostruire.
Qualunque sia stato il motivo che ha spinto i primi venditori ambulanti ad affrontare questo particolare commercio, è certo che, visto il prosperare dei loro affari, assunsero i ragazzini delle borgate vicine in qualità di garzoni. Di qui un aumento della concorrenza e l´esigenza di andare alla ricerca di nuovi mercati, dapprima attraverso tutto il Piemonte, poi estendendo l´attività anche in Lombardia.
Particolarmente abili, capaci e smaliziati si rivelarono i garzoni provenienti da Celle Macra che in breve tempo assunsero posizione dominante nel singolare commercio.
Città come Torino, Alessandria, Asti, Milano, Cremona, Pavia e Bologna vennero ricolmate d´acciughe, tutti i borghi e tutti i cascinali sparsi nell´immensa pianura Padana furono raggiunti e visitati da questi venditori erranti.
Dall´emigrazione stagionale all´esodo.
Negli anni cinquanta del secolo scorso il fenomeno dell’emigrazione dalla Valle ha subito una profonda trasformazione, passando da emigrazione stagionale a permanente. Il rapido sviluppo economico del paese ha coinvolto soprattutto gli acciugai che hanno saputo seguire l´evolversi della tecnologia e dei mezzi di trasporto, passando dal tradizionale “carus” a mezzi motorizzati, motocarri, auto familiari, furgoni. Inoltre l´organizzazione sociale delle città ha regolamentato anche questo tipo di commercio in aree ben definite quali i mercati sia all’aperto che al chiuso (a Milano sono chiamati Mercati rionali).
L´emigrante si è progresivamente e definitivamente stabilito nel luogo di emigrazione costruendosi una famiglia e abbandonando definitivamente il paese d´origine e facendovi ritorno solo per le ricorrenze, una due volte all´anno.
Già agli inizi degli anni sessanta a Celle Macra la maggior parte delle borgate era totalmente spopolata. Infatti si stava sommando un altro fenomeno, ben noto: quello della ricerca spasmodica di personale da parte delle Grandi industrie: Fiat a Torino, Michelin a Cuneo.
È così che all’inizio degli anni settanta l´emigrazione aveva raggiunto il 98% della popolazione.
Un popolo in estinzione ed una sfida per il futuro.
Con l´abbandono permanente del paese le famiglie si sono installate nei nuovi luoghi ed i figli e nipoti si sono integrati molto bene nel nuovo tessuto sociale. Con l´invecchiamento della generazione che era stata la protagonista della decisione dell’abbandono del paese. non sempre a cuor leggero, si è assistito spesso all’abbandono definitivo del mestiere. Infatti nella stragrande maggioranza dei casi le generazioni successive hanno intrapreso professioni diverse.
Odiernamente gli acciugai della valle Maira sono rimasti qualche decina in confronto alle molte centinaia del primo dopoguerra.
È necessario ricordare che l´attaccamento alla terra di origine della prima generazione è stato forte: essa stessa lo ha dimostrato col far spesso ristrutturare la propria casa in modo da poterci passare le vacanze godendo di servizi analoghi a quelli della città.
Dalla fine degli anni settanta si è manifestato un interessante, sia pur limitatissimo, movimento di ritorno di alcuni giovani in Valle. Si è così costituito un minimo nucleo sociale che oggi è protagonista di iniziative, progetti e proposte che lasciano intravedere un´evoluzione positiva della situazione.
Tra queste, la costituzione dell’Ecomuseo dell’alta Valle Maira voluta dal Comune di Celle di Macra è sicuramente tra le iniziative più significative e, se intelligentemente sviluppata, potrebbe portare a una favorevole evoluzione, sia per la Valle che, in particolare, per Celle di Macra.


